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Ogni donna uccisa poteva essere salvata. Impariamo dagli errori

pubblicato 18 ott 2017, 11:26 da giorgia serughetti   [ aggiornato in data 18 ott 2017, 11:36 ]
Giorgia Serughetti dal blog La27Ora del Corriere.it

Si può andare oltre l’orrore e lo sconcerto di fronte ai casi di femmicidio e far sì che servizi e istituzioni imparino da errori e mancanze? In Inghilterra pensano di sì
, tanto che nel 2011 una legge ha sancito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura, che si chiama Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima? Ma soprattutto: se oggi le stesse cose succedessero allo stesso modo, se le circostanze si riproponessero uguali, saremmo in grado di evitare un’altra tragedia? Se la risposta è no, allora bisogna capire dove intervenire, cosa si deve cambiare. 
 Di questa, che si può considerare una best practice in questo campo, si parlerà oggi 26 novembre all’Università di Milano-Bicocca, in un incontro organizzato dal progetto EDV Italy che lavora per promuovere in Italia la conoscenza del metodo inglese di contrasto della violenza domestica, noto come “Metodo Scotland” dal nome della fondatrice di EDV Global Foundation ed ex Guardasigilli del governo laburista Patricia Scotland. Interverranno Claudia Pecorella, penalista, Patrizia Farina, demografa, e Isabella Rossi, italiana espatriata che lavora a Londra come IDVA (consulente indipendente sulla violenza domestica) presso un’organizzazione per il supporto alle vittime di violenza domestica, Refuge. 
 Lo scopo della Domestic Homicide Review, spiega Isabella Rossi, non è «individuare delle colpe nell’omicidio, la questione è piuttosto: come possiamo cambiare le cose perché se un caso simile dovesse riproporsi l’esito sia diverso?». Per questo, la commissione è convocata immediatamente dalla questura locale ma non interferisce in nessun modo con il procedimento penale in corso presso il Tribunale contro il marito, partner o ex partner della vittima. Piuttosto, contribuisce a ricostruire la verità della storia della donna, oltre la verità processuale. 
 Vediamo meglio come funziona. «Una commissione viene istituita in ogni distretto in cui ci sia stato un omicidio per violenza domestica», spiega Rossi, «convocando rappresentanti delle diverse agenzie che in quella località hanno esperienza e competenze nel campo. Alcuni enti devono partecipare per obbligo: la polizia, i servizi sociali, tutti gli enti che rappresentano lo Stato a livello locale; invece organizzazioni della società civile e ONG non hanno obbligo di presenziare ma spesso lo fanno perché quella è per tutti la sede ideale in cui fare venire i nodi al pettine e affrontare questioni difficili da portare all’attenzione». 
Verità scomode, perché spesso si tratta di mettere a tema le carenze formative e informative degli enti incaricati a vario titolo del supporto alle vittime. E perché l’esito è spesso una decisa richiesta di intervento in questa direzione. Statisticamente sappiamo che l’uccisione di una donna per mano di un marito, convivente, partner (o ex) è normalmente preceduta da un lungo periodo, spesso anni, di violenze psicologiche, fisiche, economiche. Sono molti quindi i servizi e i singoli specialisti che possono ricevere segnali della violenza prima che questa conduca fino all’omicidio.
Una review svolta a Southampton, per esempio, che ricostruisce la storia di una vittima affetta da vari disturbi (schizofrenia, abuso di alcol), mette in luce come i servizi di salute mentale avessero da tempo ipotizzato una relazione tra alcune manifestazioni della malattia della donna e una probabile situazione di violenza domestica. Ma dalla loro sola prospettiva, senza un’esperienza di condivisione con altri servizi, non erano stati in grado di trasformare il segnale di rischio in un intervento preventivo. Il medico di famiglia della donna, a sua volta, l’aveva assistita quando lei si era presentata con la paura di aver contratto una malattia a trasmissione sessuale. In quell’occasione aveva notato una ferita all’orecchio ma si era limitato a farle fare il test che chiedeva, senza fare domande né sul perché avesse timore di aver contratto un virus né sul perché di quella ferita ben visibile.
Che sarebbe successo se questi operatori della salute avessero ricevuto una formazione adeguata sulla violenza domestica, su come riconoscerne i segnali e come comportarsi in casi ad alto rischio? «La Domestic Violence Review non può cambiare il passato, ma può cambiare le cose per il futuro», dice Isabella Rossi. E questo riguarda non solo gli interventi di training per gli operatori ma anche per esempio le azioni di sensibilizzazione rivolte alle comunità locali, perché il lavoro della commissione può essere il luogo in cui mettere in luce anche particolari resistenze culturali che scoraggiano le donne a uscire dalla violenza. 
«Non che da un giorno all’altro si possano cambiare le visioni di una vita o secoli di cultura, ma l’importante è che le istituzioni se ne assumano la responsabilità, arrivino a dire: questo è un problema e forse anche per questo la donna si è trovata sola ad affrontare la violenza». 

26 novembre 2013
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